Sono oltre 20 le sperimentazioni in Italia  destinate a pazienti con mielofibrosi (MF) riportate dai siti specialistici. Alcuni di questi farmaci sono già una realtà o in fase avanzata di studio come il fedratinib la prima terapia orale che può ridurre il volume della milza e il carico dei sintomi in pazienti con mielofibrosi, quando il trattamento con ruxolitinib ha fallito o sono risultati intolleranti a questo farmaco

Lo scorso febbraio la Commissione Europea (EC) ha accordato la piena autorizzazione alla commercializzazione di fedratinib per il trattamento della splenomegalia (aumento di volume della milza) legata alla malattia di base o dei sintomi in pazienti adulti con mielofibrosi primaria, mielofibrosi post-policitemia vera (PV) o post-trombocitemia essenziale (TE)  trattati con ruxolitinib o che non hanno mai assunto inibitori di JAK.  L’approvazione di fedratinib da parte della EC si basa sui risultati degli studi Jakarta e Jakarta2 che hanno incluso un totale di 608 pazienti Ue.  Il primo studio ha valutato l’efficacia di dosi orali in unica somministrazione giornaliera del farmaco rispetto al placebo in 289 pazienti con mielofibrosi primaria o secondaria con splenomegalia a rischio intermedio-2 o alto. Lo studio jakarta2 ha valutato  invece l’efficacia di dosi uniche giornaliere orali di fedratinib in 97 pazienti con mielofibrosi primaria o secondaria con splenomegalia, a rischio intermedio o alto, trattati precedentemente con ruxolitinib.

Attualmente in Italia sono in corso due trial  con fedratinib . In 14 centri ematologici è presente uno studio di fase 3 attivo sull’uso di fedratinib rispetto alla migliore terapia disponibile in soggetti con mielofibrosi primaria a rischio intermedio o alto (PMF), o post PV e  post TE precedentemente trattati con ruxolitinib.
Un secondo trial di Fase 1 prevede l’uso aggiuntivo  di fedratinib  al  BMS-986158, inibitore di proteine Beta, coinvolte nelle progressioni neoplastiche e bersagli epigenetici di diverse neoplasie ematologiche. Lo studio ha lo scopo di valutare la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia del BMS da solo e in combinazione con ruxolitinib oltre che con  fedratinib.

Incoraggianti segnali di efficacia clinica sulla mielofibrosi provengono anche da un altro farmaco, il navitoclax, inibitore di BCL-XL/BCL-2, geni coinvolti

in molte patologie oncoematologiche. La combinazione di navitoclax e ruxolitinib potrebbe inibire  simultaneamente due meccanismi chiave che promuovono la mielofibrosi (MF), con conseguente miglioramento del controllo dei sintomi e cambiamenti positivi nei biomarcatori di risposta in pazienti con malattia ad alto rischio,,

Quattro i trial  in corso in Italia con navitoclax , 2 ( di fase3) in combinazione con ruxolitinib, e 2 (di fase 1 e 2) che prevedono valutazioni degli effetti del farmaco sia come come monoterapia sia aggiunto a ruxolitinib.

Approfondimenti: https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/inrebic)
https://clinicaltrials.gov/